Seduto, al tavolino nella piazza grande,
fronte all’aggraziato scoglio,
pigramente indugio col bicchiere in mano
crogiolandomi al timido sole di
settembre.
Sotto un cielo terso che induce all’allegria,
indolenti scorrono gli ultimi turisti, incuranti
di due ragazzini e del cucciolo che fra loro
si rincorrono in un gioco senza
tempo.
Alcuni s’affrettano ai dondolanti scafi
a visitar l’isola che, nel lussureggiante verde,
cela la basilica, il monastero e le ville
nel cui isolamento si cercano segreti
amanti.
Tra tavolini ingombri ed irrequieti piedi
passeri temerari incettano le briciole.
Uno stupito bimbo li disturba ed
insieme s’alzano
con un fruscio di penne a sfiorarti il viso.
Seguo quel frullo d’ali ed alfine do un senso
a quel vago disagio che da stamane mi opprime:
quel volo non s’è confuso, come d’uso,
col vorticare delle rondini che
sembrano sparite.
Or che passato d’agosto l’affollamento,
e che per gli stretti vicoli non più echeggia
il vociare di mille barbari idiomi,
né più patisco il fitto sgomitar
dei visitatori,
volgo lo sguardo all’ingenuo fregio d’un frontone
ove sapevo di quattro affamate pigolanti bocche,
e scorgendo il nido desolatamente vuoto,
capisco che le rondini sono proprio
tutte andate.
Mi ero abituato a loro.
A quel presto e garrulo stridio mattutino
annunciante l’alba del nuovo giorno.
Al loro apparente disordinato volo.
A vederle posate sull’orrido filo,
che alto sfregia l’armonia del vicolo antico,
voltare l’impertinente capino e non fuggire
al cigolare della finestra mia che
s’apre.
Presto qui tutto cambierà.
A giorni bar, ristoranti e botteghe chiuderanno,
i barcaioli tratti a secco i motoscafi,
torneranno agli operosi usi invernali.
Sullo spopolato borgo cadrà il silenzio,
rotto a volte dal sibilar vento,
e per i suoi erti vicoli tornerà affabile il saluto,
di ciotolo in ciotolo, fino all’uggiosa sponda.
Si prepara un lungo e brumoso inverno,
e fors’anche l’algida insidiosa neve.
Ma poi, col giallo dei fiori, tornerà
la prima rondine e con essa il sole e la vita.
