martedì 5 marzo 2019

Carl Heinz Schroth


Col bel tempo, la gente arriva a frotte.
Scende per i selciati vicoli,
ed ogni dove invade, beata e sorridente,
alla scoperta dei segreti che Orta cela.

Tu, sorpresa tra il limitar dei fiori
e l’azzurro dell’acqua che rispecchia il cielo,
resti indifferente ai tanti d’ogni età
che, rumorosi, ti s’accalcano, ti toccano,

e stoico sopporti ogni genere d’approccio:
da l’irriverente che sul ginocchio ti si siede,
allo sciocco che spiritoso ti gratta il naso
e del suo porro, sguaiatamente, ride.

Petulanti, infine, posano per una foto,    
onde far vanto di te al consueto ostello,
ciarlando d’un paradiso in fretta veduto 
già col distratto pensier rivolto altrove.

Tu, Carl, dietro al tuo cavalletto,
il pennello dritto su un’increspata onda,
immoto nel gesto e nel tempo,
resti a godere dell’eden che ti sei scelto.

E lì ti trovo, silente amico!
E lì ti cerco nella stagione avara che tutto
porta via, men che d’Orta il fascino immortale
e te, il più innamorato del suo creato.

Vengo, e pare che ormai m’aspetti.
M’assiedo accosto a te, al tuo cavalletto,
ti saluto e come te prendo a rimirar l‘azzurro,
respiro la pungente brezza

e, nel complice silenzio che tutto copre,
tu ascolti il mio cuore ed i segreti arditi
a nessuno mai svelati e dei quali ti fai
ora muto custode.

Quindi con gli occhi miei, guardi
il mutar dei tempi e del costumar d’oggi
mi chiedi e ti rassicuro: Orta nostra
è ancor quella che a te tanto piacque.

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