Col bel
tempo, la gente arriva a frotte.
Scende per i
selciati vicoli,
ed ogni dove
invade, beata e sorridente,
alla scoperta dei segreti che Orta cela.
Tu, sorpresa
tra il limitar dei fiori
e l’azzurro
dell’acqua che rispecchia il cielo,
resti indifferente
ai tanti d’ogni età
che, rumorosi, ti s’accalcano, ti toccano,
e stoico sopporti
ogni genere d’approccio:
da l’irriverente
che sul ginocchio ti si siede,
allo sciocco
che spiritoso ti gratta il naso
e del suo porro, sguaiatamente, ride.
Petulanti, infine,
posano per una foto,
onde far
vanto di te al consueto ostello,
ciarlando
d’un paradiso in fretta veduto
già col distratto pensier rivolto altrove.
Tu, Carl, dietro
al tuo cavalletto,
il pennello
dritto su un’increspata onda,
immoto nel
gesto e nel tempo,
resti a godere dell’eden che ti sei scelto.
E lì ti
trovo, silente amico!
E lì ti
cerco nella stagione avara che tutto
porta via,
men che d’Orta il fascino immortale
e te, il più innamorato del suo creato.
Vengo, e pare
che ormai m’aspetti.
M’assiedo
accosto a te, al tuo cavalletto,
ti saluto e
come te prendo a rimirar l‘azzurro,
respiro la pungente brezza
e, nel complice
silenzio che tutto copre,
tu ascolti il
mio cuore ed i segreti arditi
a nessuno mai
svelati e dei quali ti fai
ora muto custode.
Quindi con gli
occhi miei, guardi
il mutar dei
tempi e del costumar d’oggi
mi chiedi e ti
rassicuro: Orta nostra
è ancor quella che a te tanto piacque.