venerdì 8 marzo 2019

Vigilia di primavera




Timidi schiudono ai balconcini i primi fiori,
al calore dell'incerto pallido sole,
che rompe il grigio degli acciottolati calli
risonanti delle avanguardie forestiere.

Nel fresco profumo che tutto avvolge
Come d'uso mi spingo all’umide sponde
a rimirar i germani nuotare senza meta,
incuranti degli avannotti di persici e scardole.

Mi siedo sul solito muretto dal quale, precoce,
un giallo bocciolo da una fessura fa ora capolino,
Mentre nell'accosta brulla aiuola un passero si rotola,
e sorrido all'idea che si stia lavando a secco.

Sento la primavera salirmi su per le vene,
e tutto attorno mi dice di nuova vita.
Perfino il deserto nido sul frontone antico
sembra in attesa di colei che ancor tarda a venire.

martedì 5 marzo 2019

Carl Heinz Schroth


Col bel tempo, la gente arriva a frotte.
Scende per i selciati vicoli,
ed ogni dove invade, beata e sorridente,
alla scoperta dei segreti che Orta cela.

Tu, sorpresa tra il limitar dei fiori
e l’azzurro dell’acqua che rispecchia il cielo,
resti indifferente ai tanti d’ogni età
che, rumorosi, ti s’accalcano, ti toccano,

e stoico sopporti ogni genere d’approccio:
da l’irriverente che sul ginocchio ti si siede,
allo sciocco che spiritoso ti gratta il naso
e del suo porro, sguaiatamente, ride.

Petulanti, infine, posano per una foto,    
onde far vanto di te al consueto ostello,
ciarlando d’un paradiso in fretta veduto 
già col distratto pensier rivolto altrove.

Tu, Carl, dietro al tuo cavalletto,
il pennello dritto su un’increspata onda,
immoto nel gesto e nel tempo,
resti a godere dell’eden che ti sei scelto.

E lì ti trovo, silente amico!
E lì ti cerco nella stagione avara che tutto
porta via, men che d’Orta il fascino immortale
e te, il più innamorato del suo creato.

Vengo, e pare che ormai m’aspetti.
M’assiedo accosto a te, al tuo cavalletto,
ti saluto e come te prendo a rimirar l‘azzurro,
respiro la pungente brezza

e, nel complice silenzio che tutto copre,
tu ascolti il mio cuore ed i segreti arditi
a nessuno mai svelati e dei quali ti fai
ora muto custode.

Quindi con gli occhi miei, guardi
il mutar dei tempi e del costumar d’oggi
mi chiedi e ti rassicuro: Orta nostra
è ancor quella che a te tanto piacque.

domenica 20 gennaio 2019

Il crepuscolo





Perché quando ancora non è sera
e neppure più giorno,
nella luce fattasi incerta del crepuscolo
la natura di colpo pare risvegliarsi?

Nel vasto cielo tutti gli uccelli volteggiano,
in un tripudio di garruli stridii,
intrecciando spericolate acrobatiche scie
che  mai si scontreranno.

Né da meno al vico, dove improvvisa euforia
contagia animali e bimbi;
gli uni gareggiano in sonori richiami,
gli altri si rincorrono fra gioiose, liberatorie urla.
    
È questa l’ora che ogni creatura attende,
per scaricarsi dalla fatica di vivere.
Poi il buio soverchia e, nel ritrovato silenzio,
la lontana squilla chiama all’ultima preghiera.

Or che non più giovane, ma neanche vecchio,
scemata vigoria, avvenenza e l’armonioso passo,
giunta è alfine l’ora che tutto scolora,
volano più alti i miei onirici, inutili rimpianti.


             
     
         


mercoledì 2 gennaio 2019

I pescatori




Escono in mare al calar del sole i pescatori,
quando il cielo si tinge di rosso porpora
e le barche, prendendo lentamente il largo,
si stagliano nell’infuocato disco, macchie scure
che l’astro inghiotte nel suo tuffo serale.

Persi nell’oscurità, stanno fuori tutta la notte
su le lampare a trafficare di reti, palamiti e
finché, stanchi ma paghi, al rischiarar dell’acque
muovono, spalle al rinascente sole che smaglia l’orizzonte,
e sani e salvi li restituisce alla terra madre.

mercoledì 14 novembre 2018

Alta è la luna



   
   Stanotte splendi così alta,
   che neppure il lago ti fa specchio,
   oh luna, delle mie veglie compagna.

   Nel sereno silenzio che tutto cela
   resto a fissarti, mentre cupo inseguo,
   sul candore della tua algida luce,

   la ridda dei tanti assilli che,
   come zoccoli di cavalli scossi,
   percuotono l’inquieto animo mio.

venerdì 12 ottobre 2018

Le rondini


Seduto, al tavolino nella piazza grande,
fronte all’aggraziato scoglio,
pigramente indugio col bicchiere in mano
crogiolandomi al timido sole di settembre.

Sotto un cielo terso che induce all’allegria,
indolenti scorrono gli ultimi turisti, incuranti
di due ragazzini e del cucciolo che fra loro
si rincorrono in un gioco senza tempo.

Alcuni s’affrettano ai dondolanti scafi
a visitar l’isola che, nel lussureggiante verde,
cela la basilica, il monastero e le ville
nel cui isolamento si cercano segreti amanti.

Tra tavolini ingombri ed irrequieti piedi
passeri temerari incettano le briciole.
Uno stupito bimbo li disturba ed insieme s’alzano 
con un fruscio di penne a sfiorarti il viso.

Seguo quel frullo d’ali ed alfine do un senso
a quel vago disagio che da stamane mi opprime:  
quel volo non s’è confuso, come d’uso,
col vorticare delle rondini che sembrano sparite.

Or che passato d’agosto l’affollamento,
e che per gli stretti vicoli non più echeggia
il vociare di mille barbari idiomi,
né più patisco il fitto sgomitar dei visitatori,

volgo lo sguardo all’ingenuo fregio d’un frontone
ove sapevo di quattro affamate pigolanti bocche,
e scorgendo il nido desolatamente vuoto,
capisco che le rondini sono proprio tutte andate. 

Mi ero abituato a loro.
A quel presto e garrulo stridio mattutino
annunciante l’alba del nuovo giorno.
Al loro apparente disordinato volo.

A vederle posate sull’orrido filo,
che alto sfregia l’armonia del vicolo antico,
voltare l’impertinente capino e non fuggire
al cigolare della finestra mia che s’apre.

Presto qui tutto cambierà.
A giorni bar, ristoranti e botteghe chiuderanno,
i barcaioli tratti a secco i motoscafi,
torneranno agli operosi usi invernali.

Sullo spopolato borgo cadrà il silenzio,
rotto a volte dal sibilar vento,
e per i suoi erti vicoli tornerà affabile il saluto,
di ciotolo in ciotolo, fino all’uggiosa sponda.

Si prepara un lungo e brumoso inverno,
e fors’anche l’algida insidiosa neve.
Ma poi, col giallo dei fiori, tornerà
la prima rondine e con essa il sole e la vita.

giovedì 16 agosto 2018

Vento del nord



   Soffia il vento dall’erte cime
    e rapide s’addensano le nuvole
    gonfie d’incombente tempesta.

   Solerte il barcaiolo rafforza gli ormeggi
   sull’increspato specchio,
   fattosi d’improvviso piombo.

   Le madri, guardo al corrusco cielo,
   premurose s’affrettano agli usci,
   stringendo i piccoli al petto.

   Serrano le imposte alle finestre,
   scattano i solidi paletti
   dietro porte e portoni sulla via.

   E nel borgo antico, fattosi deserto,
   il fischio gelido che tutto spazza,
   imbocca i vicoli,

   straccia i vessilli sui pennoni,
   strapazza le verdi chiome
   vanto di rigogliosi parchi e di viali.  

   Oh vento che alfine t’appaghi,
   deluso osservo scemare il tuo vigore,
   che cede al crepitar della grandine:

   nel tuo tutto travolgere,
   non hai saputo disperdere
   il tormento che dentro mi strugge.