mercoledì 14 novembre 2018

Alta è la luna



   
   Stanotte splendi così alta,
   che neppure il lago ti fa specchio,
   oh luna, delle mie veglie compagna.

   Nel sereno silenzio che tutto cela
   resto a fissarti, mentre cupo inseguo,
   sul candore della tua algida luce,

   la ridda dei tanti assilli che,
   come zoccoli di cavalli scossi,
   percuotono l’inquieto animo mio.

venerdì 12 ottobre 2018

Le rondini


Seduto, al tavolino nella piazza grande,
fronte all’aggraziato scoglio,
pigramente indugio col bicchiere in mano
crogiolandomi al timido sole di settembre.

Sotto un cielo terso che induce all’allegria,
indolenti scorrono gli ultimi turisti, incuranti
di due ragazzini e del cucciolo che fra loro
si rincorrono in un gioco senza tempo.

Alcuni s’affrettano ai dondolanti scafi
a visitar l’isola che, nel lussureggiante verde,
cela la basilica, il monastero e le ville
nel cui isolamento si cercano segreti amanti.

Tra tavolini ingombri ed irrequieti piedi
passeri temerari incettano le briciole.
Uno stupito bimbo li disturba ed insieme s’alzano 
con un fruscio di penne a sfiorarti il viso.

Seguo quel frullo d’ali ed alfine do un senso
a quel vago disagio che da stamane mi opprime:  
quel volo non s’è confuso, come d’uso,
col vorticare delle rondini che sembrano sparite.

Or che passato d’agosto l’affollamento,
e che per gli stretti vicoli non più echeggia
il vociare di mille barbari idiomi,
né più patisco il fitto sgomitar dei visitatori,

volgo lo sguardo all’ingenuo fregio d’un frontone
ove sapevo di quattro affamate pigolanti bocche,
e scorgendo il nido desolatamente vuoto,
capisco che le rondini sono proprio tutte andate. 

Mi ero abituato a loro.
A quel presto e garrulo stridio mattutino
annunciante l’alba del nuovo giorno.
Al loro apparente disordinato volo.

A vederle posate sull’orrido filo,
che alto sfregia l’armonia del vicolo antico,
voltare l’impertinente capino e non fuggire
al cigolare della finestra mia che s’apre.

Presto qui tutto cambierà.
A giorni bar, ristoranti e botteghe chiuderanno,
i barcaioli tratti a secco i motoscafi,
torneranno agli operosi usi invernali.

Sullo spopolato borgo cadrà il silenzio,
rotto a volte dal sibilar vento,
e per i suoi erti vicoli tornerà affabile il saluto,
di ciotolo in ciotolo, fino all’uggiosa sponda.

Si prepara un lungo e brumoso inverno,
e fors’anche l’algida insidiosa neve.
Ma poi, col giallo dei fiori, tornerà
la prima rondine e con essa il sole e la vita.

giovedì 16 agosto 2018

Vento del nord



   Soffia il vento dall’erte cime
    e rapide s’addensano le nuvole
    gonfie d’incombente tempesta.

   Solerte il barcaiolo rafforza gli ormeggi
   sull’increspato specchio,
   fattosi d’improvviso piombo.

   Le madri, guardo al corrusco cielo,
   premurose s’affrettano agli usci,
   stringendo i piccoli al petto.

   Serrano le imposte alle finestre,
   scattano i solidi paletti
   dietro porte e portoni sulla via.

   E nel borgo antico, fattosi deserto,
   il fischio gelido che tutto spazza,
   imbocca i vicoli,

   straccia i vessilli sui pennoni,
   strapazza le verdi chiome
   vanto di rigogliosi parchi e di viali.  

   Oh vento che alfine t’appaghi,
   deluso osservo scemare il tuo vigore,
   che cede al crepitar della grandine:

   nel tuo tutto travolgere,
   non hai saputo disperdere
   il tormento che dentro mi strugge. 

Una fotografia




     Pallido sorriso,
     che arriva dritto al cuore
     messaggero di colei
     che più non è mia.


Risveglio





   Mi sveglio inebriato
    dal profumo della tua pelle.
    Guardo il tuo collo morbido
     e, piano per non svegliarti,
     lieve poso un bacio dietro un tuo lobo.

    Nel dormiveglia rabbrividisci e sorridi,
     le tue dita scorrono lente
     sul mio petto,
     e risalgono in una tenera carezza
     fino all’ispida mia guancia.

   Poi, finalmente, le tue labbra dischiuse,
   mugolando qualcosa, sfiorano le mie.
   Quindi, come una gatta languida, ti stiri,
    ti volti di schiena e riprendi il sogno
    del quale spero far parte anch'io.

Polena




        Io che dal sommo d’una prora ardita
        fendevo l’onda del periglioso andare,
        la bocca piena di vento
        ed arsi gli occhi alle ignote, insonni mete,

    or invano cerco le solerti stelle,
    silenti guide a tanto mio vagare,
    dall’angolo angusto di un antiquario,
    dove il tempo alfin mi ridusse.

        Guardi distratti, indifferenti
        ed ignari di quali vite fui testimone, 
        sfiorano il mio bel seno che sapea di sale,
        incapaci perfino di rimuoverne la polvere

    che l’offende e, nella fretta che li urge,
    passano oltre alla ricerca del nulla,
    preferito a me che, dal sommo di un’ardita prora,
    guidavo i sogni d’eroi immortali.

Piccolo notturno



   Sognando vaga nel dischiuso limbo,
    or che la luna sale sul silente
    campo di grano, l’anima di un bimbo.
    Brulica di elfi, bucanieri e fate
    la notte e tace, misteriosa e olente.

   Un Angelo 
    si ferma alle stellate soglie 
    e, piano, sopra il cuore, 
    ripiega l’ali...,
    per non far rumore...

Perduta




     Amavo lo scarmigliato viso
      e le ridenti luci che n’allegravano
      l’incarnato.

      Amavo il bocciolo rosa
       che protendeva gioioso alla fossetta
       vezzosa.

       Amavo quella tua novella ruga,
       unica traccia d’un passato vissuto
        e travagliato.

        Odio l’averti perduta,
         fato infelice di matrigna sorte!
          Mi struggo e mi distruggo.

Patria




 Nel chiaro mattino d‘un cielo sgombro di nubi
  solenne sale il Tricolore sullo snello pennone.
  L’orgoglio monta dal vigore dei giovani cuori
  che Lui mirando, irrigiditi sul saluto,
  offrono il quotidiano dovere
 nell’inconscia promessa di ben altro sacrificio,
 se pur necessario.

 Lo squillo della tromba e l’ordine secco
  strappa il cavalleggero dal suo raccoglimento,
  e subitanei tornano a lui
 l’immagine amata della desiderata fanciulla,
la mai sopita voce che consolava antichi vagiti,
il tocco fermo della paterna mano.
Rivede insieme banchi di scuola e gioiose risate,
bricconate ardite e sfide mai portate…
ed un attimo prima che si ricominci,
finalmente scopre che tutto questo è Patria!

Ossessione




        Vorrei riuscire a capire
         perché la vita mi ha giocato
         questo scherzo atroce:
         incontrarti e non poterti avere;
         amarti e non poterti vivere.

         Ho promesso di cancellarti,

         ma appena ho aperto gli occhi
     ti ho cercato.
     Mi sembra di non riuscire
     a respirare stamattina.


          Se mai dovessi incontrarti,
          promettimi che mi abbraccerai
          forte…, una volta sola …
           per tutte le volte che l’ho desiderato
           e non ho mai potuto.

Maddalena


Seduta su quella sedia sospiri, o Maddalena,
mentre, ligia come sempre, appresti il devoto pasto
per il tuo uomo che non tarderà ad arrivare.

Darei un soldo per i tuoi pensieri
quando lo sguardo tuo volge alla finestra
perdendosi nel nero vorticar dei rondoni,
che, liberi e minuti, sfidano l’azzurro senza fine.

Un soldo per ogni piccolo battito di ciglio
che scaccia l’ombra traditora d’un ricordo,
d’un sogno adolescente mai svanito,

nato sui banchi di scuola, bimba cresciuta
tra l’altre cresciute bimbe, a rimestare insieme,
con disinvolta incoscienza, latino, matematica
e Leopardi, che d’amore per Silvia si struggea.

E sulle sue angosciate rime tu, o Maddalena,
gli occhi ancor casti e pudibondi, vagheggiavi
l’ardente bacio d’un principe dal bianco destriero.

Un soldo per ogni lacrima versata
nel buio della tua nunziale stanza,
che lui lascia appagato del suo marital diritto,
e neppur s’avvede dell’infinita solitudine,

che t’opprime, oh Maddalena, docile soggetta
ad un dovere, unico ripugnante retaggio d’un sogno
svanito insieme con il migrante turbinar

delle rondini al primo autunnal rigore.
Di quel principe, oh Maddalena, t’è rimasto solo
l’inganno. Eppure, nei sogni tuoi, ancor lo cerchi,
senza posa, con affanno, per vicoli e per piazze, 

ed il tuo cuore sussulta ad ogni ferrato scalpiccio,
che si rivela poi un ronzino, triste e plebeo,
aggiogato ad una sciatta carrozzella.

Un soldo per ogni notte che, al chiaror della luna piena,
stretto il cuscino come abbracciassi lui, oh Maddalena,
hai posato la guancia sul suo petto e, col pensiero
languida ti sei abbandonata fra le sue braccia,

 dissetandolo alle tue labbra nel bacio desiato,
quindi, senza più difese, percorsa da brividi d’amore,
 ti sei aperta a quel sogno che mai s’avvererà. 

La marea




                           Tu vivi
                           e ti muovi dentro di me
                           come acqua di mare.
                           Vai, vieni, sali e scendi,
                           come irresistibile marea.

                                Ed io mi lascio prendere,
                                e m’abbandono al turbinio
                                che segue l’inquieta onda
                                della tua silente voce
                                 che, dolcemente, mi culla.

La casa di pietra



       Nascosta alla ragione,
       nel fondo del mio cuore più segreto,
       ho costruito la mia casa
       con tutte le pietre
       che... la vita mi ha tirato dietro.

mercoledì 15 agosto 2018

Il bacio


      
      
      Ti tengo su di me e fremi
      sotto il tocco lieve delle mani mie.
      Le mie labbra sfiorano le tue,
      in trepida attesa che si schiudano
      a ricambiare quel bacio
     che da troppo ormai avrei voluto darti.

    Suadente la tua voce sussurra:
    Stringimi ora,
    dammi quel bacio che desidero anch’io
     e… lasciami andare.
     Troverò così la forza di starti lontano,
      portandoti con me …
      sempre.

Aspettando l'alba



     Qui tutto è buio
      e chissà per quanto tempo ancora.
      Da est l’ultima stella solitaria
      ammicca in cielo, ma non per me.

 Un fievole garrire di rondini,
  che si fa via via più certo,
   rompe il silenzio a promessa di una luce
   che ancor fatica a diradar le tenebre.

    Da qualche parte, in fondo al vicolo,
     giunge l'eco del solerte spazzino
      che s’adopera a rimuovere
       ogni lordura prima che sia giorno.

  Sulla destra, fra i fioriti rododendri,
   lo specchio del lago e i contorni
  dell’antico scoglio dal quale, ancor oggi,
   s’alzano le preci delle vergini ritirate.

    Una barca ora si stacca,
    e scivolando nella luce fattasi più certa,
    porta l’insonne pescatore
     verso un punto a lui solo noto.

 Apro il balconcino, aspiro l’aria
 purificata dalla lunga umida notte
 e, riposato, ma ancor pigro,
 saluto il nuovo dì che il ciel m’ha donato.

Al velarsi della luna piena...




  Vedo la luna in cielo
   ammantarsi di opalescenti brume,
   a ricoprir di pudico velo,
   l’aride e tormentate sue dune,

    e vagheggio te, pallido angelo,
    che come lei celi, d’algido candore,
    angustie antiche e novelle pene
    in un cuore che non vuole avvizzire.

    E nel silenzio di un’alba che tarda a salire,
    mi figuro il dolce tuo viso, mentre
    sperduta e sola, resti lontana,

    vacuo miraggio del mio senil tormento,
    finché ti dissolvi al primo sole che,
    con la luna, pietoso, scaccia ogni illusione.