Io che dal
sommo d’una prora ardita
fendevo
l’onda del periglioso andare,
la bocca
piena di vento
ed arsi gli occhi alle ignote, insonni mete,
or invano
cerco le solerti stelle,
silenti guide
a tanto mio vagare,
dall’angolo
angusto di un antiquario,
dove il tempo alfin mi ridusse.
Guardi
distratti, indifferenti
ed ignari di
quali vite fui testimone,
sfiorano il
mio bel seno che sapea di sale,
incapaci perfino di rimuoverne la polvere
che
l’offende e, nella fretta che li urge,
passano oltre
alla ricerca del nulla,
preferito a
me che, dal sommo di un’ardita prora,
guidavo i
sogni d’eroi immortali.

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